mercoledì 5 luglio 2017

La recensione della scrittrice DANIELA ALIBRANDI


E’ per me un grande onore riportare la recensione del mio libro fatta da Daniela Alibrandi, autrice di best seller in lingua italiana e in inglese, tra cui i famosissimi: NESSUN SEGNO SULLA NEVE, UNA MORTE SOLA NON BASTA, IL BIMBO DI RACHELE, LA FONTANA DELLE RANE, I DONI DELLA MENTE, UN’OMBRA SUL FIUME MERRIMACK e l’ultimo stupendo IL VASO DI BEMBERLY.

IL CHIODO NEL PUPAZZO: RECENSIONE

“E’ un libro che si legge in modo scorrevole la prima bella prova di Bruno Brundisini. L’autore ci racconta di sentimenti e situazioni che cambiano repentinamente in un’atmosfera ove nulla è come sembra. Un amore profondo che diviene rimorso abissale, un’amicizia sincera che si trasforma in subdolo tradimento, un luogo di raccoglimento ove il messaggio di fede scade nella spirale di superstizione. Con coraggio vengono descritti gli scenari più meschini che definiscono i contorni della corruzione tra il potere temporale e quello spirituale e il loro drammatico confondersi. Tanti i personaggi da scoprire e le descrizioni quasi palpabili. Personalità potenti, donne belle e innamorate, così come figure dal temperamento stravagante. E uomini di fede, tra cui spicca fra’ Giacinto, un frate centenario che racchiude nei suoi arti rattrappiti e nelle sue vene martoriate, il segreto del divenire, una figura quasi simbolica che ha conosciuto passioni politiche e umane prima di approdare all’amore per l’Onnipotente. C’è molto di cui riflettere ascoltando le considerazioni e le domande che il frate si pone, così come sui vari temi che scaturiscono dall’intreccio offerto dalla trama. Complimenti quindi a questo interessante autore che non mancherà di donarci ancora piacevoli letture”

Grazie DANIELA!

lunedì 26 giugno 2017

La racensione del dottor GIUSEPPE MELILLO


Sono felice di presentarvi  la bellissima recensione del mio libro fatta dai dottor Giuseppe Melillo, dirigente medico ed autore di numerosi articoli satirici online.

“Il libro, IL CHIODO NEL PUPAZZO, è scritto molto bene. Scorrevole, avvincente nella trama, si lascia leggere tutto d’un fiato. Ambientata ai giorni nostri, la storia si svolge in un’atmosfera spesso cupa, con accenni paranormali, tra ambienti ecclesiastici e della magistratura corrotti, ma soprattutto in un antico convento dove vive un sant’uomo Frate Giacinto, consunto nel corpo dalla malattia, ma non nello spirito, mal sopportato da alcuni suoi confratelli. Il protagonista, Ernesto, è un giovane precario dei giorni nostri, che s’innamora di una bella donna, Ludovica, di cui è gelosissimo. Vi è un magistrato, Gilberto, cinico e strafottente, senza morale, pronto a giocare con la morte degli altri. Attorno a loro si aggirano amiche e amanti gelosi, frati che vedono il diavolo ovunque, vescovi dalla doppia vita. Alcune pagine intense, come quelle dello specchio e della fuga nel convento, trasmettono brividi che lasciano il segni.

Davvero una bella storia, che potrebbe continuare in altre con Ernesto sempre protagonista.”

Grazie Giuseppe!

giusmelillo.blog.tiscali.itIl libro,IL CHIODO NEL PUPAZZO,è scritto molto bene.Scorrevole,avvincente nella trama,si lascia leggere tutto d'un fiato.Ambientato ai giorni nostri,la storia si svolge in una atmosfera spesso cupa,con accenni paranormali,tra ambienti ecclesiastici e della magistratura corrotti,ma soprattutto in un antico convento dove vive un sant'uomo,Frate Giacinto,consunto nel corpo dalla malattia ma non nello spirito,mal sopportato da alcuni suoi confratelli.Il protagonista,Ernesto,è un giovane precario dei giorni nostri che s'innamora di una bella donna,Ludovica,di cui è gelosissimo,e di un magistrato,Gilberto,cinico e strafottente,senza morale,pronto a giocare con la morte degli altri.Attorno a loro si aggirano amiche e amanti gelose,frati che vedono il diavolo ovunque,vescovi dalla doppia vita.Alcune pagine,intense,come quella dello specchio e della fuga nel Il libro,IL CHIODO NEL PUPAZZO,è scritto molto bene.Scorrevole,avvincente nella trama,si lascia leggere tutto d'un fiato.Ambientato ai giorni nostri,la storia si svolge in una atmosfera spesso cupa,con accenni paranormali,tra ambienti ecclesiastici e della magistratura corrotti,ma soprattutto in un antico convento dove vive un sant'uomo,Frate Giacinto,consunto nel corpo dalla malattia ma non nello spirito,mal sopportato da alcuni suoi confratelli.Il protagonista,Ernesto,è un giovane precario dei giorni nostri che s'innamora di una bella donna,Ludovica,di cui è gelosissimo,e di un magistrato,Gilberto,cinico e strafottente,senza morale,pronto a giocare con la morte degli altri.Attorno a loro si aggirano amiche e amanti gelose,frati che vedono il diavolo ovunque,vescovi dalla doppia vita.Alcune pagine,intense,come quella dello specchio e della fuga nel

venerdì 23 giugno 2017


IL CHIODO NEL PUPAZZO: la sua lettura filosofico-mistica.

Il romanzo Il Chiodo nel Pupazzo si offre a diversi livelli di lettura. Vi è quello del thriller, col susseguirsi incalzante di eventi ammantati di mistero, con il generarsi di un’alta tensione emotiva, ove una pagina tira l’altra, fino alla conclusione del tutto inaspettata. Vi sono anche momenti di intensa poesia e drammaticità. Vi è la storia d’amore puro di due giovani, Ernesto e Ludovica, e la fine tragica di lei, forse gà prevista tanti anni prima da fra’ Giacinto, un mistico in odore di santità. Ma soprattutto vi è il romanzo a forte impronta filosofico-mistica, con molti capitoli ambientati  in un convento, con numerosi personaggi religiosi e i loro diversi modi di vivere la fede.

Sotto questo profilo di lettura, spicca il confronto tra Ernesto, professore di filosofia e convinto assertore del primato della ragione, e il suo antagonista, fra’ Michele, erudito professore di dogmatica e demonologia, esperto nelle pratiche dell’esorcismo.

Coinvolge e intenerisce la semplicità francescana di fra’ Giacinto, un monaco quasi centenario,che per una precisa scelta di povertà, vive da sempre in uno scantinato del convento.  

I personaggi esprimono le loro idee, quasi in un dibattito sul modo di intendere la fede e la vita, che però alla fine lascia al lettore l’ultima parola. Il testo è invece assai critico e intransigente sulla pratica della superstizione  (oroscopo, lettura delle carte) e del maleficio (il rito voodoo del chiodo nel pupazzo).

L’esperienza dell’autore, che ha vissuto e lavorato per anni in centri a forte ispirazione mistica, quali San Giovanni Rotondo e Subiaco, lascia una traccia profonda nei capitoli centrali del romanzo, sicuramente i più coinvolgenti. Aspetto comunque un vostro giudizio. Il libro è nelle librerie e sarà fra poco anche in ebook.Buona lettura.

mercoledì 22 marzo 2017

QUARTA DI COPERTINA

Salve. Vi riporto la quarta di copertina, così come apparirà sul libro.

Una storia d’amore nata su una panchina; lei che aspetta il suo fidanzato, lui che la osserva da giorni, sperando di trovare il modo di avvicinarla. Ernesto, insegnante precario di filosofia, riuscirà a conquistare la bellissima Ludovica, strappandola al difficile rapporto con Gilberto, magistrato fedifrago e corrotto. I due iniziano una felice convivenza sulla quale però gravitano delle ombre infauste. Sarà quella strana atmosfera che si respira nella grande villa dove abitano, popolata di inquietanti manichini e ritratti di vecchi antenati, o quella profezia mai pronunciata su una Ludovica bambina da un frate venerato come santo… Sarà lo “spettro” di Gilberto che pare non arrendersi alla perdita della giovane amante o lo strano atteggiamento di Anna, amica di Ludovica, una donna assai esuberante e passionale.

L’invisibile tensione che pesa sulle teste dei due innamorati si risolverà in tragedia, spingendo Ernesto tra le mura di un antico convento del ‘300, lo stesso che Ludovica frequentava da piccola, luogo di esorcismi e credenze medioevali. Qui, nell’incalzante susseguirsi di eventi ammantati di mistero, Ernesto potrà lentamente dipanare l’intricata matassa dei fatti che hanno stravolto la sua esistenza, per approdare ad un epilogo assolutamente sorprendente.

Un romanzo intenso, avvincente, dove la suspance del thriller si colora di forti suggestioni horror, che tiene costantemente viva l’attenzione del lettore e insieme pone importanti interrogativi sul dolore, il male, la superstizione e l’arroganza del potere.

Antonella Saija

giovedì 26 gennaio 2017

IL CHIODO NEL PUPAZZO. Capitolo Primo.



I contenuti  di quanto di seguito pubblicato sono protetti da copyright. È vietata la copia o la riproduzione del testo, la sua  pubblicazione e la ridistribuzione, anche solo parziale, in qualsiasi modo o forma.
Come già annunciato, vi pubblico un'anticipazione  (il primo capitolo) del romanzo in fase di pubblicazione
Cap. I

L’INCONTRO

Estate 2015

«Però Gilberto mi riempiva di regali!»

Lo provocò lei dal bagno mentre s’infilava l’accappatoio di spugna rosa.

«E allora torna con lui!»

Sbottò Ernesto, rimanendo disteso sul divano rosso del soggiorno, con la schiena adagiata su un guanciale e le gambe allungate sul bordo opposto.

Alle spalle la lampada da terra ricurva gli gettava addosso la luce gialla intensa.

«Pazzo!» Ludovica si annodò in fretta un asciugamani sui capelli ancora bagnati e gli corse incontro a piedi nudi ridendo.

«Sei pazzo che ci torno!»

Si chinò sul suo viso cingendogli il petto con le braccia che gli gocciolavano sul pigiama. Gli diede un sonoro bacio e subito tornò nel bagno, lasciando sul pavimento le impronte dei suoi piedi nella semioscurità del resto della camera.

Lui sentì le carezze di quel bagnato, del profumo di shampoo, di donna.

.                                                                          *    *    *

Si erano conosciuti un mese prima, in quelle giornate afose di metà luglio, quando, per sbarcare il lunario, lui lavorava come factotum per un avvocato penalista.

In blue jeans e camicia sbottonata, coi Ray-Ban e il berretto blu da baseball, lo zainetto sulle spalle, come un ragazzino, raggiungeva ogni mattina il tribunale per consegnare e ritirare documenti dai vari uffici. Comunicare con la gente era sempre stato il suo forte, così, in men che non si dica, era diventato amico di impiegati, avvocati, guardie carcerarie, carabinieri e detenuti che ogni mattina incontrava in quell’ambiente tappezzato di pratiche e faldoni.

Con quel susseguirsi di figure in bianco e nero contrastavano i colori vivaci di una giovane donna che, con assiduità quasi giornaliera, sostava all’ora di pranzo su una panchina fuori dai cancelli del tribunale.

Era sempre lì, composta, serena, ad aspettare qualcuno.

Una donna tanto vistosa non poteva sfuggire neanche all’uomo più distratto. Quello che più colpiva era il profilo slanciato e i lunghi capelli biondi e leggermente mossi, che accoglievano una bellezza cristallina. Era una donna di classe e dotata sicuramente di buon gusto a giudicare dagli abiti sempre diversi ed eleganti. Mostrava una cura particolare per il viso leggermente truccato e le unghie smaltate con un timido rosa e corte. Ogni tanto metteva fuori dalla piccola borsa uno specchietto tondo e si ritoccava le labbra con uno stick di burro di cacao, leccandolo con la sensualità di un bacio.

Spesso, nell’attesa, si tirava sulla fronte gli occhiali da sole verdi e iniziava a sfogliare qualche rivista femminile poggiandola con molta eleganza sulle gambe accavallate.

Doveva sicuramente avere molta pazienza, visto che era facile ritrovarla seduta là, al medesimo posto, anche dopo un’ora, magari intenta a digitare sul cellulare, ma sempre con la stessa aria tranquilla.

Un enigma! Certo una scena stimolante, tutta da decifrare. Lui si appostò in modo da non essere visto per osservare meglio quello che succedeva.

Ogni volta, a una cert’ora, lei riceveva uno squillo sul cellulare e dava una risposta che pareva essere un sì, non accompagnata da alcuna emozione, come se quella telefonata rientrasse in una consuetudine. Poi, quasi a rispondere a un segnale convenuto, ella si alzava e si allontanava dai cancelli, attraversava la strada e si fermava in piedi sul marciapiede opposto. 

Dopo una decina di minuti un signore più basso di lei, sui quaranta, con una maschera di serietà stampata sul viso, in abito grigio e cravatta, le veniva incontro dal tribunale con passo misurato.

Lei lo accoglieva con un sorriso non ricambiato e i due s’incamminavano, senza toccarsi, verso un lussuoso ristorante della zona. Spesso un cameriere in livrea, vedendoli da lontano, veniva loro incontro premuroso e li invitava a prendere posto sempre allo stesso tavolo, fuori, in un elegante gazebo pieno di fiori e protetto da grandi vetrate gialle che, essendo estate, erano aperte obliquamente. La medesima scena si ripeteva più o meno agli stessi orari,  col sole incandescente o con la pioggia a dirotto, con la sola differenza che, se pioveva, lei lo aspettava sotto una tettoia là vicino. 

Era assolutamente necessario sapere di più di quella donna, scambiare qualche parola con lei, magari approfittando dei lunghi tempi dell’attesa.

Quale poteva essere il modo migliore per abbordarla senza apparire banale o scortese? Ci pensò a lungo e, alla fine, optò per una strategia del tipo o la va o la spacca, che già aveva dato i suoi frutti in altre occasioni. Certo, bisognava anche mettere in conto il rischio di un clamoroso fallimento se dall’altra parte ci fosse stato un netto rifiuto o, ancora peggio, l’indifferenza. Ma le possibilità di dare in sole quattro mosse  scacco matto… alla regina erano elevate.

Come prima mossa si fece notare nei suoi continui passaggi davanti al cancello, gettandole delle occhiate di sfuggita, senza attendere da lei un’eventuale risposta.

Come seconda mossa, uscendo dai cancelli, si sedette su una panchina vicina e si mise a sfogliare un fascicolo giudiziario, ponendolo bene in evidenza, in modo che si capisse che era roba del tribunale. Aveva messo in conto una contromossa di fastidio a quelli sguardi, comunque discreti, e a quella presenza ripetuta che, si capiva bene, non era casuale. Se ciò fosse accaduto, la sua esperienza gli consigliava di gettare la spugna.

Invece lei ricambiò a viso aperto quegli sguardi e incominciò a rispondergli con dei sorrisi.

Terza mossa: le rimandò il sorriso e, fingendo di rispondere al cellulare, si allontanò.

Ultima mossa: il giorno dopo, senza perdere altro tempo, le passò vicino con disinvoltura.

«Buongiorno,» disse come se l’avesse notata solo all’ultimo momento.

Si fermò in piedi davanti a lei e, quasi a riprendere un discorso iniziato il giorno prima, soggiunse: «ma anche oggi è qui?»

«Sì,» annuì lei entrando subito in confidenza, «è vero, ci siamo visti spesso qui davanti».

 «Anche oggi aspetta quel signore?» Azzardò lui non immaginando un approccio così facile.

 «Sì, e lei come lo sa?»

«È tutta colpa della mia curiosità. Perché nasconderlo! Frequento ogni giorno il tribunale per lavoro e non ho potuto fare a meno di notarla… e mi è capitato anche di notare un signore…»

«Aspetto Gilberto. È un amico e andiamo a pranzo insieme in un ristorante qua vicino, visto che anch’io ho l’ufficio in zona.»

«Immagino che la faccia aspettare tanto! La vedo sempre qui, ferma.»

«Non è colpa sua. Sono io che arrivo sempre prima. Poi lui alcune volte fa tardi perché viene trattenuto in tribunale con tutti gli impegni che ha. E così ogni volta tocca a me fare la parte della Cenerentola.»

«Io non farei mai aspettare una signora!»

«Ma tanto a quest’ora il mio ufficio è chiuso e non saprei che fare.» Lei sorrise con imbarazzo.

«Ma potrebbe andare ad aspettarlo su.»

«No, Gilberto non vuole che io entri in tribunale. Dice che è un brutto ambiente. Anzi non vuole nemmeno che io stia ferma qua… E poi… all’entrata bisogna passare attraverso il metal detector. Sa… noi donne abbiamo sempre addosso oggetti e oggettini ed è fastidioso ogni volta…»

«Beh, visto che ci stiamo parlando io mi presento: sono Ernesto e lavoro come fattorino per un penalista,» disse lui rimanendo in piedi.

Lei fece una smorfia di disappunto. Evidentemente si aspettava un avvocato o qualcosa del genere.

«Io… Ludovica.»

Subito dopo le squillò il cellulare.

«È lui.»

Fece con la mano un gesto imbarazzato che lo invitava ad allontanarsi.

Ernesto capì al volo.

Ma subito dopo lei gli fece cenno di riavvicinarsi.

«Gilberto mi ha detto che ha ancora molto da fare perché lo ha chiamato il Presidente del Tribunale. e…»

«…e quindi non la porterà a pranzo!»

«È la prima volta che succede che non può scendere.»

Lei rimise il cellulare in borsa e si alzò con aria afflitta, «vorrà dire che mi arrangerò da sola a mettere qualcosa nello stomaco».

«Allora, se lei permette, oggi invece potrebbe essere mia ospite a pranzo.»

«Io ospite sua? Ma lei vuole scherzare! Così invita le sconosciute a pranzo!»

 Ribatté scandalizzata.

«Anch’io devo andare a pranzo e allora, visto che non accetta il mio invito, potremmo andare nello stesso ristorante, ma prendere due tavoli diversi, molto lontani.»

Lei rimase sovrappensiero.

«Beh, se mi prospetta una soluzione così drastica, allora preferisco accettare l’invito. È meglio!» Ribatté con un sorriso.

«Non avevo dubbi.»

«Lei è un tipo convincente!».

«Almeno provo ad esserlo.»

«Vedo che ci sa fare con le donne! Sa, io non sono una tipa facile da convincere.»

 Poi apparve preoccupata e subito aggiunse: «però in quel ristorante mi conoscono!»

«Beh, se il signor Gilberto è un suo amico che problema c’è se lei va a pranzo con un altro suo amico?»

«No. Intanto lei non è un amico e Gilberto, a dire il vero, è… più di un amico!»

«Questo l’avevo capito. Allora la porterò in un locale dove invece conoscono me, e sanno che io non ho una amica che è più di un’amica e sono sicuro che non conoscono Gilberto. Non è un locale di lusso, anzi è molto alla buona, ma le assicuro che si mangia divinamente.»

«Ok. Se la mette così mi trova d’accordo. Di sicuro si mangerà qualcosa di commestibile. Nel ristorante di Gilberto ti portano con i guanti gialli della roba che fai fatica a mandar giù».

«Ci sarà un po’ di strada da fare. Il locale che le propongo è a dieci minuti da qui, andando a piedi.»

«Oh! Questo non è un problema. Non mi spaventa camminare,» disse senza più imbarazzo.

Durante tutto il tragitto lei parlò delle sue capacità culinarie, delle tante ricette che conosceva a menadito, ma che non osava mettere in pratica per non rovinare la linea.

Quando furono davanti al ristorante, lui le dovette spiegare che erano proprio arrivati e che quello era il ristorante. In effetti a vederlo dall’esterno, su un marciapiede stretto, senza insegne, né vetrine, quel locale dava l’idea di un magazzino. Dentro aveva l’aspetto di una di quelle osterie di fuoriporta prese d’assalto la domenica. Un’unica sala un po’ buia, un parquet consumato, un arredamento minimal, con molti tavolini di legno grezzo vicini tra loro, le tovaglie e i tovaglioli di carta. Dalla cucina veniva un odore pungente di frittura che le pale dei due ventilatori del soffitto, pur col loro affannoso roteare, facevano fatica a disperdere.

A differenza delle osterie domenicali, a quell’ora il locale non brulicava di bambini che si rincorrevano  tra i tavoli, ma di signori incravattati e signore in tailleur, gli habitué  della pausa pranzo.

«L’unico tavolo libero. Fantastico!» Esclamò lei, prendendo subito posto vicino alla porta d’ingresso, con l’aria di gradire molto l’atmosfera casareccia del luogo.

Poco dopo si avvicinò una cameriera dai capelli biondo cenere e il viso slavato, con un grembiule a fiori a spalline incrociate e un cappellino bianco, con una caraffa di acqua in una mano e nell’altra un block notes digitale e un tovagliolo sul braccio.

Posò la caraffa sul tavolo e con l’accento dell’Europa dell’Est elencò il menù del giorno.

«Qui fanno degli spaghetti alla carbonara da leccarsi i baffi e della carne alla brace…» La interruppe lui.

«Allora mi butto sulla carbonara. Anch’io ne vado matta. Ma poi prendo solo un contorno d’insalata.»

La ragazza spuntò sul blocchetto le ordinazioni e si allontanò ringraziando.

Lei non vedeva l’ora di parlare di sé. Nell’attesa del piatto incominciò col dire che era ormai una delle poche ragazze che, con in piedi una relazione seria, abitava da sola. Dopo un anno che stava in città, per rompere il cordone ombelicale con i genitori, aveva preso in affitto un bilocale ammobiliato,  al terzo piano di una palazzina residenziale immersa nel verde. Un soggiorno con angolo cottura, una camera da letto, un grande bagno, che era la stanza preferita.

Poi iniziò a parlare del suo paese natio, non lontano dalla città, col centro storico arroccato nella zona alta, antichissimo e bello come un presepe, con le fontane di pietra e le stradine mattonate, lucide e ripide, dove era difficile arrivare con la macchina.

Lì, proprio lì, nel cuore più antico, era la sua casa che dovevi raggiungere a piedi, lasciando l’auto giù nella grande piazza delle corriere. Arrivato sull’uscio, vi entravi dal piano terra scendendo tre gradini e, attraverso due stanze, ti portavi dall’altro lato, sulla ringhiera ricamata in ferro battuto del balconcino, da dove guardavi tutta la vallata e ti accorgevi di essere al secondo piano. Poche stanze disposte l’una sull’altra, cariche di mobili antichi pesanti e tarlati, di silenzi, di intimità.

Dai vicoli intorno, all’alba, insieme al canto del gallo, saliva il profumo del pane fresco, poi durante il giorno risuonava il rumore della pialla e del martello e al tramonto si diffondeva l’odore inebriante delle castagne e della legna che bruciava nei camini.

In paese tutti la conoscevano.

«Ero la classica Barbie di paese. Quando mi muovevo sollevavo una scia di mosconi e facevo venire il torcicollo a qualche signore quarantenne, già equipaggiato con moglie e prole. Poi a diciannove anni, per via dell’università, ci trasferimmo tutti in città, io e i miei genitori. Ma dopo i primi esami di architettura mollai i libri e decisi che era meglio darmi da fare con un lavoro.»

Poi parlò del convento di frati che, arroccato sulla montagna, sorvegliava il paese come un angelo custode.

Tirò fuori il cellulare e gli mostrò delle immagini della sua casa in paese e del monastero.

Fece scorrere il display e comparve all’improvviso una foto del suo fidanzato con la toga nell’aula del tribunale. Ernesto l’aveva sbirciata e lei, con molto imbarazzo, non era riuscita a nasconderla.

«Questo è il suo fidanzato?» Puntò il dito verso il cellulare.

Lei annuì.

«È l’unica foto che mi ha permesso di avere,» rispose lei mostrandola.

«Ma come, non avete delle foto insieme?»

Lei gettò uno sguardo di nuovo al cellulare e sospirò.

«Gilberto è molto geloso della sua immagine. Non vuole che vadano in giro fotografie di lui insieme a me.»

Ma subito dopo gli occhi si illuminarono e, tra una forchettata e l’altra, parlò di quel suo fidanzato stravagante e fanatico, ma che a quarant’anni era già magistrato in Corte d’Appello. Che si era fatto da solo e vantava molte amicizie importanti nel mondo politico e delle istituzioni. Che andava fiero di un guardaroba strapieno di abiti firmati o di alta sartoria, di centinaia di scarpe, ed era sempre elegante.  Che era appassionato di automobili di lusso o sportive, sempre lucide come nuove e ne cambiava una ogni sei mesi. Che amava solo i locali chic e le  vacanze esclusive. Che le raccontava di avere in casa una collezione di armi di tutti i tipi, antiche e moderne, dalle sciabole alle pistole.  Ma non gliele aveva ancora fatte vedere.

«Gilberto,» soggiunse con un velo di rassegnazione, «è un tipo all’antica, uno per cui dire smartphone è dire una parolaccia. È molto geloso della sua vita privata, questo l’ho capito dopo un po’, e in un mese che ci frequentiamo non mi ha mai fatto entrare in casa sua. È sempre venuto lui da me. Ma non ci faccio caso, per ora mi sta bene così. Tanto son sicura che presto mi inviterà con tutti gli onori. Mi dice sempre che sono la sua principessa e, dopo il divorzio dalla moglie, da tre anni, non ha avuto altre donne all’infuori di me».

Ernesto la studiava attentamente. Solo una persona sprovveduta aveva potuto accettare quell’invito così rischioso ed ora aprirsi come un libro ad uno che fino a poco prima era un perfetto sconosciuto. Aveva lo sguardo innocente ed era difficile capire quali armi avesse per difendersi dal mondo. Sicuramente una ragazza così doveva essere aiutata!

Lui le raccontò qualcosa della sua vita, senza sbottonarsi troppo, e notò che lei lo ascoltava con molta attenzione, quasi le  stesse svelando delle informazioni preziose.

Le disse che era laureato in filosofia, che da anni era precario e da poco si arrangiava con quel lavoretto, per cui frequentava il tribunale, e non gli era ancora capitato di conoscere quel giudice suo amico.

Le disse che, pur avendo avuto tante donne, a trentacinque anni non aveva ancora incontrata quella giusta.

«Tante?...Quante?»

Lo inchiodò con una curiosità inaspettata.

«Sei.»

Saettò lo sguardo verso di lui.

«Sei, sei in tutto o soltanto le storie serie?»

«Non ho avuto storie non serie.»

«Sei è il numero giusto alla tua età.» Lei non lo disse, ma ammiccò soddisfatta.

«Io, cinque anni fa, ho avuto una storia con Max, un ragazzo di poco più giovane di me,» disse lei arrossendo, «ma una di quelle storie da sentire le farfalle nello stomaco anche quando lui stava lontano. Aveva la musica fin dentro le ossa e componeva brani musicali da sballo e li sbriciolava col suo complesso in tutta Italia. Era mitico, era casual, era l’esatto opposto di Gilberto. Un amore da bombola d’ossigeno. Ma dopo un anno di magia lui decise che la sua chitarra non aveva più niente da dire alla gente e …che anche tra noi due ci eravamo ormai detto tutto… e se ne andò via in India e… tutto finì senza un motivo, senza un perché, così…»

Sbirciò l’orologio, «sono già le tre».

Girò poi lo sguardo intorno alla sala che si era ormai svuotata.

«Il tempo è volato. Devo scappare in ufficio. Mina, la mia collega, starà già facendo casino.»

Lui la accompagnò a piedi per un tratto di strada, lasciandola a distanza di sicurezza dal tribunale per non incappare in un pericoloso incontro con Gilberto. Ma prima di salutarla azzardò a chiederle il numero di telefono. Lei glielo diede senza difficoltà.

Mentre la vedeva allontanarsi, si sentì scuotere da una ventata di ottimismo. Dare scacco matto alla regina era stato un gioco da ragazzi. Certo, tutto ciò non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata anche da parte di lei la volontà di rompere il ghiaccio. Ma proprio la consapevolezza di come tutto fosse andato liscio e di quella strana complicità, gli gettò addosso una grande gelosia verso quell’uomo di cui lei diceva di essere innamorata. Ripensò a quell’espressione malinconica davanti a quell’unica foto che Gilberto le aveva concesso di mettere sul cellulare, all’accettazione rassegnata della strana riservatezza di lui. Forse quel rapporto non era poi così idilliaco come lei gli voleva far credere, forse lei non era davvero innamorata.

lunedì 2 gennaio 2017

Perchè parlarne prima?


 
Il romanzo IL CHIODO NEL PUPAZZO non è ancora sugli scaffali delle librerie sia cartacee che online. Lo sarà verso la fine di marzo. Ma allora perché parlarne tanto tempo prima? Perché creare un blog su qualcosa che ancora nessuno conosce? Non sarebbe più logico aspettare la pubblicazione e parlarne? Posso dare due risposte a queste domande. La prima, di carattere puramente tecnico, è che non ho mai costruito un blog prima di ora e fino a poco tempo fa non sapevo neanche che cosa fosse e in che cosa si differenziasse da un sito. Poggiandomi sulle mie scarse nozioni di informatica, ho dovuto quindi imparare tutto dalla A alla Zeta, da solo, da autodidatta, carpendo le istruzioni dalle varie guide online. Vagando per internet ho visto che quella di Google era la migliore piattaforma per ospitare il mio blog, sicuramente quella che rispondeva di più alle mie esigenze di comunicazione.  E attualmente, come vedete, il blog è qui davanti a voi, ancora in fase di costruzione e di miglioramento. Da qui la necessità di anticipare i tempi, per poter correggere i vari inevitabili errori che fa chi è alle prime armi con qualcosa ed è ancora in tempo per far coincidere l’uscita del libro con un blog decente che lo presenti. L’altro motivo è di carattere “sociale”. Infatti  sono un esordiente e questo è il mio primo romanzo. Non facendo parte dei “soliti noti” ho pensato intanto di condividere l’idea del libro con voi che mi seguite nei social network come si può dire ad un amico “sai, ho scritto un libro, mi sono ispirato al genere thriller.” Saranno poi i lettori a decretare la validità o meno di quello che ho pubblicato, a sottolineare i punti di forza e le criticità del testo.. Per adesso vi dò appuntamento al prossimo post e vi auguro buon 2017.

giovedì 29 dicembre 2016

E dopo la prima stesura...


 
Il dizionario Garzanti dà tre definizioni del termine stesura: 1) lo stendere, lo spalmare: la stesura dei colori sulla tela 2) il mettere per iscritto: la stesura di un contratto, di un verbale 3) redazione di un’opera letteraria: le tre stesure dell’«Orlando furioso»

Il termine deriva dal participio passato di stendere.

Penso alle varie stesure di romanzi famosi dell’800, al lavoro manuale di scrittura e riscrittura che gli autori del passato dovevano effettuare, con la penna stilografica, intingendo ogni volta il pennino nell’inchiostro. E poi cancellare e riscrivere. Una vera fatica e una grande genialità. Chi scrive oggi è molto facilitato. Con Word correggi continuamente in un attimo, aggiungi e togli facilmente parole e frasi via via che scrivi. In pratica hai sempre davanti la bella copia. E poi, quando hai qualche dubbio, con i motori di ricerca vai facilmente in internet a verificare  il significato di una parola che magari usi sempre nella lingua parlata, ma vuoi inserire in maniera appropriata nel testo. Allo stesso modo verifichi la grafia corretta di termini stranieri entrati ormai nell’uso della lingua italiana. Internet, inoltre, ti permette di documentarti in un attimo su qualsiasi riferimento storico o di costume o geografico che vuoi inserire nel testo. Basta chiedere alla rete ed essa ti dà una risposta nella quasi totalità dei casi. Per mesi ho dedicato due-tre ore del giorno, la sera dopo il lavoro, a leggere e rileggere i 24 capitoli del mio romanzo e ogni volta mi accorgevo che mancava qualcosa, che era meglio sostituire una parola con un’altra. A questo punto ho cercato di diventare io il lettore di me stesso, di spostarmi dall’altra parte del computer. E poi incominciai a leggere il testo ad alta voce per cogliere eventuali cacofonie ed eliminarle. Facevo in contemporanea editing e correzione dei refusi. Tanti refusi. Più leggevo, più mi comparivano errori grossolani di battitura. Alla fine quando mi è sembrato tutto a posto, ho provato paradossalmente un senso di vuoto, una sottile malinconia. Dicono che è normale. Hai investito tanti mesi a costruire la trama, a renderla congruente, a dare un’anima ai tuoi personaggi e alla fine senti di non avere più niente da dire, almeno per il momento. Ti sei innamorato dei tuoi personaggi, (di tutti, a prescindere dai valori che hai conferito a ciascuno di loro) ed ora li devi lasciare, non puoi dare più niente a loro. Sono ormai autonomi e vivono confinati nella storia che hai dato loro, senza più possibilità di nuove espressioni.  Allora capisci perché molti autori, soprattutto di gialli, scrivano una serie di romanzi con gli stessi personaggi.